s. (racconti fotografici)

S.

mentre la mia mente inizia a creare strani drammi sul perchè io ed una tizia che considero completamente e pesantemente schizzata stiamo condividendo in tempi diversi, ma non troppo, la maggior parte degli uomini della mia vita e si fa avanti insinuosa la domanda “se loro amano lei che è vistosamente borderline, e non certo in termini poetici, e poi o prima, amano te, non è che pure tu sei completamente schizzata e non te ne sei ancora accorta?”, mentre tra le mie cosce sono ancora impressi i ricordi del mio amichetto tantrico , la mia pelle è ancora impregnata del suo odore e sto seriamente pensando alla possibilità di affrontare un volo di millecinquecento miglia, beh, incontro lui. S.

abbiamo cercato riparo in un porto del sud a causa di un’imprevista burrasca che ha portato vento e non ci ha permesso di restare ancora qualche giorno in rada. entrare in porto ed ormeggiare con 30 nodi di vento che ti cullano violentemente, non è semplice. è come immaginare di camminare per una strada e poi venir pesantemente strattonati da un dio fortissimo. una spinta che ti fa cambiare corsia senza che tu abbia il tempo di pensare “ca**”.
ma noi siamo una squadra, un equipaggio ben calibrato con un cospicuo monte-anni di navigazione ed esperienze insieme.
però entrare in porto, e toccare terra, dopo 10 giorni di rade e navigazione, è quasi sacrilego.
nel mentre stavi diventando una creatura marina, rinunci al dono e ritorni a camminare sulla terra ferma. damn it! è una sensazione di rinuncia, come se ti strappassero una parte di pelle. come un game over in cui devi ricominciare dal livello zero.
non so se sia comprensibile per chi non ha mai vissuto in mare.

tra un limoncello ed una grappa, però, quando fuori c’è maltempo, sul molo si fa amicizia e si crea una familiarità immediata.
s. è il nostro vicino di barca. venti anni fa ha deciso di mollare tutto, è andato in martinica, ha comprato un 51 piedi ed ora naviga e vive facendo charter 3 mesi all’anno. e gira il mondo.

l’intesa tra noi è immediata. sarà perchè stasera la mia pelle è eburnea sotto questo cielo poco limpido, sarà questo pezzo di velo che mi sono legata addosso, o forse i capelli ancora umidi di sale e mare, che diventano indisciplinati e mossi, o sarà il suo accento un po’ toscano e i suoi occhi neri d’ebano, sarà che ha lasciato dopo 19 anni la sua compagna di vita e navigazioni e che entrambi abbiamo solo voglia di godere di questa luna calante.

s. inizia raccontando la sua vita, con semplicità. una vita avventurosa, di mare, di sale, di incontri. ha dei figli, ormai grandi, una vita, da qualche parte, che ha lasciato molti anni fa. per rinascere, come creatura marina.
i suoi occhi mi scrutano, scavano sotto la mia pelle, mi accarezzano e mi fanno vibrare.
ho smesso di fingere e se all’inizio nel gruppo gioco la parte della timida geisha, finisco per diventare una gatta.
vedo i suoi occhi giocare coi miei piedi “quanti anelli che porti e bracciali, ma solo sui piedi” già. sono una ballerina. e solo questo mi porto come bagaglio dall’altra mia vita. nè vestiti, nè parole. solo i miei piedi ornati da danzatrice. e sorrido, senza dire nulla.
vedo le altre donne cercare di attirare la sua attenzione, mentre io ascolto e parlo veramente poco.
mentre scendo sotto coperta mi blocca e mi chiede a mezza voce di restare. il suo alito ha un aroma misto di amaro alle erbe e tabacco. “domani parto alle 4 di mattina. resta con me qualche giorno.” lo guardo, e sorrido.

la vita di mare è una vita da nomadi. da zingari. oggi sei parte di un equipaggio e domani, semplicemente, sali su un’altra barca e cambi vita. a 18 anni g. mi chiese di seguirlo in costarica. a 25 anni d. mi chiese di restare in martinica con lui.

s. ha in sè l’esperienza del mare. potrebbe avere 40 anni, come 120. se conto tutti gli anni che ha passato in giro per il mondo, 8 in martinica, 5 a panama, 4 a girare per il mondo, altri 6 a fare attraversate oceaniche, quelli in cui ha vissuto in sud africa o in un’isola sperduta nel centro dell’oceano, potrei arrivare quasi a 100.
o 150.

ho davanti a me un incrocio tra miller ed hemingway. la sua pelle provata dal sole sembra giovane e vecchia nello stesso tempo. le braccia scolpite dalle ancore e dalle manovre ti fanno sentire protetta ed essere tenuta stretta mentre navighiamo in notturna e lui è al timone, mi riporta indietro ai miei 15 anni. (g., ti ricordi?)

non amo la vita di porto, così ci inebriamo di tutte le piccole cale e rade del sud. mare trasparente che ha poco da invidiare ai caraibi, racconti di terre lontane sotto le stelle cadenti, e quel profumo particolare che assume la pelle dopo giornate intere di sole e sale.
s. non è un musicista, non è un artista in senso stretto, ma mi coccola e si prende cura di me. come un padre, come un amante. come prima di lui, fino a poche ore fa, ha fatto b. mi nutre di frutta fresca, di pesche succose e cucina per me. mi prende in giro chiamandomi “anais”. anais era sangue misto, araba, spagnola, cubana dalla pelle bianca, viveva a parigi negli anni 30 e scriveva. era l’amante di miller. una donna fuori dai canoni.
forse lui si sente come henry, con me. “la mia piccola anais”. ed io mi sento incredibilmente bella sotto le sue mani. e mi sento come anais con henry.

improvvisamente le squilibrate di città scompaiono, gli pseudo artistoidi, quella vita in cui mi riconosco solo a metà, diventano una nebbia lontana, appena accennata. solo il deserto resta vivo nella mia anima. quel deserto senza luogo che ancora la notte riemerge prepotente e mi strappa dal mare riportandomi nella polvere. quel deserto dove ho lasciato b. dove ho rinchiuso saldamente l’universo delle nostre possibilità, ma che di notte, mentre dormo, si apre un varco spazio temporale e mi scuote dalle viscere.
che lo riporta dentro di me, tra le mie gambe, nelle mie ossa. ventre contro ventre. le sue mani sulla mia schiena, avvinghiati, immobili, carne che si fonde nel respiro. coperti di sabbia e sudore. che mi riporta sulla montagna sacra, dove b. mi lavava, in religioso silenzio e dove i nostri cuori battevano così forte che pure le aquile potevano udirli. dove nelle sue mani diventavo minuscola, dove non c’era bisogno di parole, né di vestiti. io dentro di te, tu dentro di me. il tuo respiro nel mio, il mio diventa il tuo, in un orgasmo ciclico, lacerante che coinvolge tutti i sensi e gli organi. sei quì dentro di me, ed io in te. everytime i’ll breathe, i’ll think of you. e quindi mi penserai in ogni istante. lacerante maledizione.

e allora, quando mi sveglio, senza sapere dove sono, a metà tra il ventre della madre, della dea yeminstr-a, con ancora la pelle ricoperta di granelli di sabbia, s, silenziosamente, mi porta nell’acqua e mi lava. non ha bisogno di farmi domande, nè di sapere nulla. lava via il ricordo di ciò che è stato, con pazienza e tenerezza e, di notte, facciamo il bagno nudi, disegnando con le dita, strisce fosforescenti di plancton. fino a che poi, stremati, ci addormentiamo sopra coperta, avvolti da un plaid.

qualche volta arriva un sonno che mi avvolge, qualche altra, ripiombo in un non-luogo, nel mio non-luogo, fino al mattino.

la mattina poi, quando il sole cancella nuovamente il deserto, ci gettiamo in mare. giochiamo con le stelle marine e con i polpi che si nascondono tra le rocce. accolgo lui con entusiasmo. parliamo la stessa lingua, e gli stessi silenzi. mi prende per mano mentre nuotiamo nelle caverne sott’acqua, mentre ci immergiamo in quel silenzio ovattato che appartiene ad un altro mondo.
underwater.
che mi riporta alla mia infanzia. zingara cresciuta in mare e che per troppo tempo ha cercato di adattarsi a quella vita cittadina dove era soltanto una straniera.

le giornate sono placide e lente. assaporiamo ogni minuto. ogni minuto si dilata in un giorno ed i giorni appaiono come anni. non so più da quanto tempo sono quì, da quanti secoli conosco s. siamo nati insieme, e poi invecchiati, e poi rinati. come l’universo intero, come le onde del mare.

questa mattina, mi sono svegliata all’alba, ancora stordita perchè fino a qualche istante prima ero accanto al fuoco con i miei compagni del deserto, per poi trovarmi avvolta tra le braccia di s. che mi stringe come per tenermi la testa fuori dall’acqua. in un estremo gesto d’amore teso a salvarmi.

mentre stavo scrivendo, gustandomi le prime luci del giorno ed una tazza fumante di caffè nero s. mi si è avvicinato e mi ha parlato del suo nuovo progetto. prima che arrivi l’inverno vuole ripartire, andare a panama “sai, panama è un gran bel posto. forse uno dei più belli che abbia mai visto, un piccolo paradiso. ci sono isole ancora deserte, ed altre ancora dove abitano solo poche famiglie di indigeni. vorrei aprire un bed and breakfast e fermarmi lì. non sono più un ragazzino. vieni con me. teniamo la barca nella rada davanti al nostro b&b. una piccola casa sulla spiaggia. io e te, tu ed io. NOI.”

s. mi ha chiesto di andare con lui. mi domando se a panama il deserto mi seguirebbe. chissà quante miglia dista panama da copenhagen.
porto la tazza alle labbra e lo guardo. il caffè è ancora bollente. è così buono. quell’aroma forte e speziato che ho sempre desiderato trovare. guardo s. negli occhi, e poi oltre. è così giovane, così bello.

s. ha 70 anni. 71, per l’esattezza. ed i suoi occhi stamattina hanno lo stesso colore del mare.

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