la strega (ritratti..)

(una strega)
da giorni, mesi, anni, sentiva ripetersi sempre lo stesso ritornello. “sai di essere una strega, vero?” “conosci gli archetipi? tu sei stata una strega”
già. nel profondo lo sapeva. ma chissà cosa voleva mai dire essere una strega.
voleva dire essere condannata ad essere una delle custodi delle verità del femminile sacro. voleva dire avere dentro di sè conoscenze che lei stessa non sapeva bene come utilizzare. voleva dire essere istinto e canalizzazione.

(una cortigiana)
chissà cosa voleva dire essere una cortigiana.
aveva conosciuto molti uomini, amanti fedeli, che ritornavano sempre. occhi dentro i quali si specchiava per potersi riconoscere. per potersi ritrovare. corpi magri, atletici, glabri. barbe dai sapori diversi, chiome folte o completamente nude.
era stata toccata da molte mani, ed attraverso il loro tocco aveva scoperto lentamente chi era.
aveva avuto tanti amanti.
di alcuni non ricordava il volto, ma solo particolari.
un odore, uno sguardo, le mani, il modo in cui il loro membro entrava tra le sue cosce. il sapore della loro pelle.

(una zingara)
era stata tante donne. ogni lustro cambiava nome, aspetto e inclinazioni.
aveva amato donne, uomini, amici. un cane randagio, anche lui un vagabondo senza radici.
aveva amato lei, profondamente. fino a che le era stata strappata via. e con lei, una parte della sua anima era rimasta errante. per i mari.

(una ballerina)
e poi era arrivata la danza. e si era persa, ritrovata, innamorata. aveva inizato ad essere una ballerina. e faceva l’amore ogni sera con tanti uomini diversi. si lasciava andare penetrando il loro odore, diventando nelle loro mani esattamente quello che loro desideravano lei fosse. ma non a parole. “il fluido” lo chiamava. era qualcosa di strano, non appena smetteva di pensare ed iniziava a respirare, accadeva. accadeva che lei entrasse dentro a chi aveva davanti. accadeva che lei riuscisse a compenetrare il segreto di quell’essenza. del femminile e del maschile. non sapeva bene come funzionasse, succedeva e basta. e non era certo romantico. li avvolgeva con il manto del piacere, e loro ne uscivano storditi. e beati.
ma non era così roseo. perchè gli uomini travisavano quello che succedeva loro e, inevitabilmente usciva il loro senso di tauromachia. uno ad uno, ogni uomo era convinto che quello che stava capitando dipendesse da loro. ogni uomo era inesorabilmente convinto che lei fosse innamorata di lui. e nessuno riusciva a comprendere quanto invece lei non riuscisse a provare amore. per nessuno di loro.
si illudeva in questa magia che era solita fare. giocava da sola con i suoi piccoli burattini. e poi, quando ne era stufa, loro se ne andavano. sempre violentemente.

(gli incontri)
aveva amato ogni incontro. aveva amato ogni spirito che aveva accolto e riconosciuto. ogni essere che aveva nutrito, guarito, con cui aveva lottato, che aveva sanato, con cui aveva condiviso un attimo, o degli anni.

(gli archetipi)
aveva incontrato dei lupi, troppo istintivi entrambi per poter cedere all’addomesticamento. “ricorda strega, un lupo non si lascerà mai addomesticare da una come te. un lupo è un cane. ma nei tuoi occhi vedrà sempre la sfida”
ci voleva troppo tempo per addomesticare un lupo, e lei, non aveva davvero questa pazienza.
non poteva aspettare, non amava addomesticare, desiderava vedere negli occhi dei suoi compagni di viaggio solo una scelta, spontanea e che provenisse direttamente e solo da loro stessi.

aveva amato dei cavalieri, uomini gentili, senza paura, che desideravano solo difenderla e proteggerla. e che meraviglia cullarsi in quelle forti braccia! ah, ma neppure questo a lei, zingara dai piedi scalzi, poteva bastare. si sentiva soffocare. lei aveva bisogno della sua indipendenza, della sua solitudine, di poter giocare con le spezie ed i suoi intrugli.
ricordava l’ultimo cavaliere che l’aveva amata. in silenzio. non le aveva lasciato neppure il tempo di ricambiarlo. l’aveva adorata come una dea. l’aveva seguita, come un suddito fedele, come un uomo innamorato aveva deposto le armi ed era sceso da cavallo. e lei non era riuscita a ricambiarlo. non le aveva dato il tempo.

lei aveva bisogno di lasciarsi stringere da più braccia. di riconoscersi nelle mani dei suoi diversi amanti. era fedele, ma un cavaliere non avrebbe mai potuto capire quella sua atipica “fedeltà”.

aveva amato dei musici, ah, i musici. ricordava ancora Y. uno splendido menestrello bulgaro, il cui nome significava “l’albero della bellezza”. ricordava che mentre l’abbracciava lei si sentiva tra le sue braccia come uno strumento musicale.
e poi c’era stato F. , con la testa di lui sul suo ventre, nudi, amava leggergli nel cuore della notte versi in francese. “sei la mia musa” e piangeva. da quegli immensi occhi azzurri scendevano meravigliose lacrime d’amore.
ma lei non riusciva ad amarli come loro desideravano essere amati da lei. e allora, inesorabilmente, non appena se ne accorgevano, iniziavano a ripudiarla, fino a giungere all’odio.

aveva incontrato dei guerrieri, dei combattenti, dei vagabondi.

si ricordava di L. forse uno dei suoi amori inespressi più grandi, e la ferita si stava da poco rimarginando, tra loro c’era un legame ancestrale, meditando davanti alla luna riusciva sempre a “richiamarlo”, ovunque lui fosse. riusciva ad entrare in lui, nelle sue membra e a farlo giungere a lei. e come era bello fare l’amore con lui! forse il suo amante più affine, colui che godeva nel sentirla godere. ma lui era un ladro, un vagabondo, e si era già attardato con lei per troppo tempo. due anni, sono troppi. aveva messo incinta una contadina ed era fuggito. altrove. senza figlio, né sandali.

poi c’era il mistico. un incontro strano, spirituale. un essere etereo che viaggiava a piedi scalzi. una creatura estranea ai desideri carnali, e che l’aveva presa come una maestra. lo aveva incontrato che era bimbo, era diventato poi un giocoliere, dalle grandi mani. un giovine, un uomo, che aveva passato grandi turbamenti e che ora, nell’astinenza trovava la sua purificazione. quest’uomo turbava negli ultimi tempi il suo sonno. era una strana connessione tra loro, o, forse, un’altra magia.
da alcune settimane le giungevano messaggi confusi dal maestro dei sogni, visioni di lui che con le sue mani le apriva i nodi. aveva iniziato lentamente, con il primo, racchiuso come una noce nel suo basso ventre, per poi salire in un movimento grembo contro grembo, ed ora era giunto al cuore.
si domandava se mai si sarebbero uniti. lui aveva diverse volte bevuto le pozioni di lei, ed aveva con lei diviso la sua pipa. il suo fumo magico. ed erano stati in altri mondi, avevano aperto alcune porte della reciproca conoscenza. senza mai sfiorarsi. senza mai entrare l’uno nell’altra.

e poi c’era lo stalliere. un musico. con quei grandi occhi bruni. era arrivato un giorno e aveva deciso di non andarsene. osservava la strega da lontano, talvolta cedendo ai propri impulsi. lo stalliere era indomito, bizzoso come i cavalli che curava, incline alla pazzia. poteva chiudersi in se stesso per giorni, mesi. poteva prendere lo stallone nero ed iniziare a cavalcare per miglia. facendo perdere le sue tracce. ma poi, tornava sempre a casa. nessuno dei due sapeva bene cosa li legasse. quando la notte lui si metteva a suonare la sua chitarra, lei, scendeva in silenzio e lo ascoltava rapita. amava lasciarsi sfiorare dalle dita di lui, come quando lui accarezzava quelle corde. si perdeva in quella voce un po’ cupa che recitava poesie. lui era l’unico a non crederla una strega. non credeva nella magia, nè in quello che era lei. non la trovava bella.
e lei sapeva che con lui poteva deporre i suoi incantesimi, perchè nulla funziona se non credi, ed essere solo se stessa . semplicemente. qualsiasi cosa volesse significare.
lo stalliere però in qualche modo la temeva e non si fidava di lei.

c’era stato il cantastorie. un gran gigante buono. un ubriacone, abituato ad avere molte donne. le sceglieva tra le prostitute acerbe dei sobborghi più poveri e cupi della città. non si erano trovati. troppo simili ed abituati a dominare. per lui esisteva solo un indefinito dolore che sfogava nella musica che raccontava e nel suo modo così feroce nel fare l’amore. mentre lei non riusciva a coglierne l’essenza.

c’erano stati incontri casuali, viandanti che si addormentavano la notte alle porte del castello e che la mattina fuggivano via, senza ricordo alcuno. mentre in lei ogni incontro lasciava un seme, un lascito, uno strascico.

“la strega avrà molti amanti, creerà molti incantesimi credendo di essere innamorata, perchè lei, in fondo, anela all’amore. ma un solo uomo potrà essere il suo vero compagno. ed è il Mago. Il mago può domare la strega, la lascia libera, loro sono in costante lotta, lite combattimento. si stimano reciprocamente. si odiano e si amano. Merlino ama profondamente Morgana. Morgana davanti a Merlino vive la pienezza di se stessa. un degno rivale, un compagno che non si aggrappa a lei, che può offrirle riparo, ma che la lascia libera. che non è spaventato dalla sua femminilità, da lei, dai suoi incantesimi. E tu strega, continua ad avere uomini, ad accettare incontri. Ma non confonderli con il mago. ricorda, bambina mia, che una strega è una fata. fa le magie. restane sempre cosciente.”

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